Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: "Ne ho finito un altro", senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c'ero
- Stephen King

sabato 17 febbraio 2018

RECENSIONE | TRILOGIA DELLA CITTA' DI K... sopravvivenza e scarnificazione

Trilogia della città di K. (Trilogie des jumeaux) è un romanzo della scrittrice ungherese Agota Kristof. Si compone di tre parti: Il grande quaderno (Le grand cahier), pubblicato separatamente nel 1986, La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge) del 1991.
I romanzi raccontano la vita di due gemelli, Lucas e Claus/Klaus, dei loro familiari e delle persone che essi conoscono e con cui intrecciano rapporti durante la seconda guerra mondiale.
Sono nomi anagrammati, e per tutto il libro risultano personaggi interscambiabili in un rapporto dapprima morboso poi incredibilmente distaccato.
Due gemelli a riscoprire le loro radici, ad inseguire un passato, una ricerca dolorosa in cui gli inganni dell’uomo sono secondi soltanto a quelli della ragione. Nella città di K., nel mondo martoriato da deflagrazioni e pallottole furenti, uomini, donne, bambini e vecchi sono carne da macello. Soffrire significa soccombere e non conoscere. Nel desolante panorama della città, nessuno è risparmiato e la penna si sofferma con inesausta crudezza su bimbe stuprate da soldati, su uomini dilaniati dalle mine, sulla follia, su animali impiccati o annegati. La guerra deturpa l’uomo, lo fa regredire alla ferinità.

Tutto ha inizio con una madre disperata è costretta ad affidare alla nonna i proprio figli, lontano da una grande città dove cadono le bombe e manca il cibo. Siamo in un paese dell'Est, ma né l'Ungheria né alcun luogo preciso vengono mai nominati. La nonna è una 'vecchia strega' sporca, avara e senza cuore e i due gemelli, sono due piccoli maghi dalla prodigiosa intelligenza. Intorno a loro ruotano personaggi disegnati con pochi tratti scarni su uno sfondo di fame e di morte.

Non c’è speranza , non c’è redenzione, non c’è bellezza, soltanto disperazione. La guerra, fantasma assillante e concreto, assorbe la serenità, avvolge il mondo in un fumo denso e grigio. L’amore non è rosso, non trionfa, anzi, perde miseramente. Ossessioni e demoni emergono dagli abissi dell’animo a disgregare le mura della razionalità, a tentare di aggrapparsi alla serenità. Nell’Europa in guerra pensare di vivere è soltanto un’utopia lontana che nemmeno sfiora la mente. Nel processo di scarnificazione cui la realtà qui è sottoposta, la brutale legge della sopravvivenza si fa paradigma per analizzare il mondo, per difendersi, per riuscire a non soffrire. Scarnificazione delle emozioni, della libertà dell’infanzia, del gioco e dell’intelligenza.
Se la guerra fa soffrire, allora è necessario abituarsi al dolore. Se l’uomo è costretto a vivere nella realtà, allora bisogna abituarsi alla verità. Se il mondo tenta di sopraffarti, allora bisogna essere crudeli. È l’intelligenza di due gemelli, lo sguardo penetrante e straordinariamente maturo di due giovani a descrivere la loro lotta in un mondo deserto, sterile. E se Dio è morto, allora bisogna apprendere cosa sia la vera solitudine.

La linearità della prima parte, le frasi così brevi da morire sotto il fuoco di trincea, così affilate da ferire per la crudeltà, così abilmente soppesate per colpire là dove la carne è più debole, si sciolgono in una scrittura più complessa, ma mai complicata, che mantiene intatta una brutalità inestinguibile. Alla prima persona plurale, punto di vista originario, si sostituisce la terza singolare, poi la prima singolare, in un dialogo serrato con un 'tu' immaginario con cui il lettore s’identifica.
La chiarezza del primo scritto sembra annebbiarsi poco a poco, fino a dissolversi nella confusione dell’ultimo capitolo. Eppure il processo alla fine è chiaro, ma ormai è troppo tardi. Lo scorticamento dell’anima che sembrava ormai concluso esige una nuova muta, una nuova metamorfosi, quando l’uomo raggiunge l’orlo del baratro i dettami morali si palesano in tutta la loro effimera consistenza: non si può giudicare, né si deve farlo. Alla fine la pelle si perde definitivamente a diventare scheletri appesi per l’eternità ad un desiderio morto, privi di difesa di fronte a un mondo che si manifesta in tutta la sua crudeltà.
Il primo capitolo di questa favola nera rimane il migliore, il più doloroso e magnetico, con un ritmo placido e misurato che anima un mondo nuovo dai confini imprecisati come una marionetta assassina.

E' interessante perdersi tra i vortici creati ad hoc da Agota Kristof  nelle pagine di Trilogia della città di K., un romanzo duro, amaro e a tratti crudele, dove la tragedia non viene mai edulcorata, ma graffia come una belva furiosa. Da immagini di guerra, bombe, morte, ad immagini di annientamento psicologico, di ottenebramento e sdoppiamento.
L'arma vincente è lo schema narrativo adottato, ricco di effetti destabilizzanti per il lettore, condotto attraverso un rincorrersi di sogni e realtà, un gioco degli specchi, di tunnel spazio-temporali in cui perdersi. E' una maniera alternativa per scrivere degli orrori della guerra, senza necessità di focalizzare l'attenzione su città e nomi precisi, perché le tragedie sono multiple e si intrecciano seguendo strade diverse.
In questa trilogia realtà e sogno ad occhi aperti sono sapientemente intrecciati e poi sciolti e mentre i fatti emergono in tutta evidenza ci si accorge che il tentativo di alterarli non è andato a buon fine: da un destino di dolore e solitudine non si può comunque fuggire.

Un romanzo sulla memoria, sulla fugacità e sulla solitudine imposta dal destino. Questa è un'opera di terrore, di dolore e di rassegnazione, esattamente nell'ordine in cui li ho citati.
Atmosfere cupe, linguaggio scarno, contenuti duri e a volte scabrosi, è questa la scrittura della Kristof, pacata e rabbiosa, deprimente e mai banale.
Un impianto narrativo ad effetto, studiato dal suo incipit alla sua conclusione, orchestrato con maestria stilistica, punteggiato da istantanee destinate ad imprimersi nella pupilla e nel cuore del lettore.
Grande e implacabile è il senso di vuoto e desolazione che si innalza al termine del lungo viaggio, un vortice finale di speranza e disperazione avvinghiati e inseparabili.



Il mio voto: 9



Enrico

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