Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: "Ne ho finito un altro", senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c'ero
- Stephen King

sabato 27 gennaio 2018

RECENSIONE | USCITA PER L'INFERNO... un processo di autodistruzione

Uscita per l'inferno (Roadwork) è il secondo romanzo thriller scritto da Stephen King con lo pseudonimo Richard Bachman e pubblicato nel 1981. La caratteristica che accomuna tutti i suoi libri scritti sotto mentite spoglie è la completa assenza di elementi soprannaturali come vampiri, case infestate, spettri o poteri particolari dei protagonisti, che la fanno da padrone nella maggioranza dei casi.
Questo è però l'unico elemento di congiunzione tra Uscita per l'inferno e il precedente La lunga marcia, se li guardiamo in faccia, infatti, comprendiamo chiaramente come raccontino di due situazioni diametralmente opposte. Una stupida, irreale ed insensata corsa contro il tempo che non perdona la stanchezza e la sofferenza, che non guarda in faccia alla disperazione, contrapposta ad un dolore ben più radicato che germoglia da fottute ideologie politiche al solo scopo di arricchire le tasche dei potenti.
La disperazione, ecco il sentimento che pervade il lettore quando affronta un Bachman ed è inevitabile non scivolare nei suoi abissi più oscuri, ti trascina li, dove vuole lei per poi soffocarti lentamente quasi a dirti: lo sapevi che sarebbe finita così ma hai voluto seguirmi lo stesso. Assecondi i protagonisti sentendoti in dovere di avvisarli della grande oppressione che si sta abbattendo su di loro ma è quel vetro ermetico, creato da King, a impedirti di raggiungerli nel momento in cui ne avrebbero più bisogno. O forse no, perchè è proprio così che vogliono farla finita. Ecco il processo di autodistruzione.

George Dawes è un uomo pacifico con una moglie ed un impegno fisso presso la lavanderia del paese, che però non riesce a superare il trauma della scomparsa del figlio Charles, morto giovanissimo per un tumore cerebrale.
Venuto a sapere della prossima costruzione di un inutile tratto di autostrada, che lo costringerà a lasciare la casa e la lavanderia, perde il controllo abbandonando i colleghi e la moglie Mary. Inizia così una serie di avventure che lo conducono tra malavitosi senza scrupoli, missionari senza speranza e Olivia, un'autostoppista giovane e disillusa.
Ma è solo l'inizio della discesa agli inferi perchè da quel momento, una parte dentro di sè, acquista armi ed esplosivi  in attesa del giorno X, termine ultimo per sgomberare la casa in cui ormai vive solo e depresso.

Lo scenario è quello del classico uomo della media borghesia americana che si trova in lotta contro il sistema e che si rifiuta, con ogni sua cellula, di accettare i cambiamenti impostigli dalla sporca macchinazione municipale.
La follia che si nasconde sotto strati di panni sporchi, non lavati neppure in famiglia, trova la via per la libertà ottenebrando la mente di George portandolo al crollo, al cedimento di quella diga fatta di rancori e rabbia.
Stephen King ha messo nel personaggio parte del proprio vissuto dato che lui stesso aveva lavorato in una lavanderia prima di diventare uno scrittore di bestseller di fama mondiale. Anche questo dettaglio lo ha reso riconoscibile nonostante lo pseudonimo che aveva scelto per mettersi alla prova, quel che è certo è che compì un passo falso che rivelò la sua identità oppure la cosa era volta per aggiungere successo alla fama che già possedeva. Ha saputo comunque far parlare di sè come dimostrano le numerosissime ristampe.
Un libro molto interessante ma che ho trovato confuso soprattutto nella parte iniziale quando non si capisce quale sia davvero l'intenzione dell'autore e dove voglia andare a parare. La parte centrale è molto più scorrevole ma senza grandi colpi di scena e che introduce ad un finale, ahimè, troppo scontato e affrettato.
Riprendendo il concetto iniziale, è proprio nella parte centrale che si tocca l'apice del coinvolgimento, quel momento in cui ti senti in dovere di soccorrere Dawes, di avvisarlo del pericolo e guarda caso è proprio il momento in cui entra in scena Olivia. Ecco perchè, secondo me, il lettore è Olivia, quella mano tesa offerta ad un pover uomo sull'orlo del precipizio ma che purtroppo non vuole essere aiutato.

Come si dice, non tutte le ciambelle riescono con il buco e non sempre i libri di Stephen King riescono bene. Il fatto che Uscita per l'inferno abbia ottenuto un grandissimo successo è da attribuirsi al nome dell'autore.
Per quanto faccia vibrare delicate corde dell'essere e dell'esistere nella società, nonostante la consideri una delle opere più struggenti e tormentate del RE, manca qualcosa, quella piccola ciliegina che avrebbe reso la torta migliore e completa. Una giusta dose di colore nella monocromaticità a tinte scure del libro.
Non sempre si legge con piacere e in alcuni capitoli può risultare alquanto noioso e privo di ritmo, per questo credo sia una delle storie meno discusse sul web e non solo.
Non è da includere nella rosa dei migliori di Zio Steve.



Il mio voto: 7



Enrico

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