Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: "Ne ho finito un altro", senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c'ero
- Stephen King

sabato 3 giugno 2017

RECENSIONE | LA LUNGA MARCIA... una corsa al suicidio

La lunga marcia (The Long Walk) è un romanzo di Stephen King, pubblicato per la prima volta nel 1979, facente parte di quelli scritti sotto lo pseudonimo Richard Bachman ai tempi della sua più profonda follia autorale.
Questa mia edizione si apre con la prefazione 'Perchè ero Bachman' in cui il RE disquisisce con noi lettori i motivi che lo hanno spinto a cambiare il proprio nome: "mi nascondevo dietro lo pseudonimo per fare delle prove, per testare i lettori, e capire cosa traspare da queste pagine".
Sono 7 i romanzi scritti così e la volontà di pubblicarli solamente per esercizi commerciali di seconda categoria (per intenderci, i nostri normali autogrill) la dice lunga sulle idee dello Zio, cioè rimanere nell'ombra e nell'anonimato e forse l'intenzione inziale era quella di rimanerci per sempre ma anni dopo, forse per scelta o forse perchè inziava ad insinuarsi il sospetto tra i suoi fans, decise di rivelarsi e tutti quanti i libri furono inclusi nella raccolta The Bachman Books.
Sia questo che L'uomo in fuga rappresentano un'anomalia della produzione kinghiana perchè sono ambientati in un'America alternativa e distopica, inedita per l'autore.

Un paese vittima di un dittatore, 'Il Maggiore', che organizza annualmente una marcia, dal nome anonimo ma dalle regole ben precise e tragiche. Se si è troppo lenti si viene ammoniti la prima volta, poi la seconda. poi la terza e dopo eliminati.
L'ultimo superstite vince tutto ciò che vuole per il resto della vita.
Sono cento i partecipanti, scelti tra coloro che ne fanno esplicita richiesta, e il popolo pronto ad assieparsi lungo le strade ad incitare i propri beniamini.
Il concetto di 'eliminazione' è però ambiguo, il suo significato non è chiaro al lettore finchè non accade al primo concorrente, il centesimo classificato, che viene freddato con un colpo di fucile senza la possibilità di essere salvato da nessuno.

Protagonista del romanzo è Ray Garraty, un sedicenne come tanti che decide di partecipare alla gara per gioco? Per scherzo? Perchè è 'moda'? Non lo si capisce fino in fondo perchè più i suoi piedi macinano metri più la sua storia passa in secondo piano rispetto alle tematiche che dalla trama possono emergere.
Una su tutte il rapporto tra Ray e Stebbins (personaggio cupo ed enigmatico, figlio illegittimo del Maggiore) che da modo a King di parlare della dittatura e in generale del rapporto padre-figlio che lui stesso ha vissuto in maniera travagliata fin dalla giovane età. 
Quello che è il potere di questo gioco sul popolo poi rappresenta lo stato di alienazione in cui vivono tutt'oggi gli americani schiavi di TV e mass media perchè si parla, si discute e si ironizza sulla marcia come a voler evitare di far aprire gli occhi sulla dittatura.

Con La lunga marcia Stephen King utilizza ancora una volta la psicologia come mezzo che spinge al limite umano i marciatori mettendo alla prova la loro voglia di rimanere in vita trasformandoli quasi in bestie.
Non esiste più cultura nè civiltà. L'istinto di sopravvivenza, unito allo stress mentale e fisico, è portato a livelli esponenziali. 'Muori tu che io devo vivere, devo vincere'.
Vedo l'intero romanzo come una grande metafora della vita, dallo 'start' al 'finish' è il lento percorso dei nostri giorni su questa terra mentre i dialoghi tra marciatori sono le difficili tribolazioni tra le quali ci districhaimo per poter tirare avanti, anche quando tutto sembra impossibile, quando tutto sembra perduto.
E' questione di scelte, c'è chi non molla mai anche quando le cose si complicano e chi decide di rinunciare accettando di non avercela fatta, di essersi 'suicidato'.

Adoro King come scrittore perchè riesce ad essere sempre attuale con una schiettezza fuori dai denti disarmante.
Non so come ci sia riuscito ma anche in questo romanzo (come già mi capitò con La zona morta) vedo una sorta di preveggenza sulla socità che da lì ai giorni nostri si sarebbe evoluta, fanno riflettere soprattutto le anolgie tra 'Il Maggiore' e Donald Trump.
Adoro invece un po' meno il suo alter ego Bachman nel modo di scrivere troppo breve e conciso, che non sviluppa molti dei suoi concetti lasciandoli liberi di perdersi nell'etere. Preferirei li approfondisse.
Il linguaggio è poi molto 'slang americano' e decisamente sboccato, non che mi dispiccia perchè uno dei motivi per cui si ama il RE è anche questo ma lo sento eccessivo quando arrivo alla seconda metà del libro.
In ultimo, la 'libera interpretazione' non è mai stata così fastidiosa come in questo libro, soprattutto nel finale. Come diavolo è finito? Cos'è quella figura scura?
Un'idea me la sono fatta ma porca miseria Stephen, cosa cazzo hai voluto dirci?



Il mio voto: 6



Enrico

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